Savages_Silence yourself
Savages

Silence Yourself

Matador/Self
8.5

Si fanno chiamare Savages. Intitolano il loro album d’esordio Silence Yourself, suddividendolo idealmente in due lati. Sparano cartucce violente, nella foggia e nella sostanza, come Shut Up e Hit Me. Jehnny Beth, Gemma Thompson, Ayse Hassan e Fay Milton si distribuiscono tra microfono, chitarra, basso e batteria e si collegano al post-punk che ha fatto scuola, quindi alle nevrosi dei Joy Division, alle asperità anticonformiste dei primi Siouxsie & The Banshees, alle geometrie secche e rigorose dei Wire. Al contempo il quartetto inglese incanala ansie e frustrazioni di una generazione che vive il presente con faccia tosta e niente da perdere, distaccandosi dalla riproduzione fine a se stessa di certi stilemi estetici o dalla nostalgia che si traduce in pura e semplice rievocazione. Non solo, perché le quattro ragazze evitano sia la trappola del revival dalla lacrimuccia facile (pensiamo alle The Organ, altra all female band comunque deliziosa nel reinterpretare umori alla Smiths), sia il ricordo troppo spesso obbligato di quelle riot grrrl che altre hanno già incarnato al meglio per poi prendere non a caso le distanze da un’etichetta altrimenti limitante (leggasi Sleater-Kinney e in seconda battuta Bikini Kill).
Durante i serratissimi trentotto minuti di durata – che rallentano nel minimalismo epico di Waiting For A Sign, per poi deragliare in un crescendo di rumorismo e urla soffocate, oppure nello spettrale intermezzo strumentale Dead Nature e nella conclusiva ballata Marshal Dear, con tanto di tasti e fiati jazzy – troviamo sonorità ottenute da nervi scoperti, che pulsano fottendosene delle buone, risapute usanze. Un suono sparato addosso, che richiama l’attenzione e non vuol saperne di essere un mero sottofondo. Quando la frontwoman canta I Am Here, ripetendo ossessivamente le parole come fossero lembi di pelle scottante su uno scheletro elettrico pronto a spezzarsi, c’è tutto il senso di un essere umano che decide di suonare in una rock band nell’Anno Domini 2013.

Pubblicato sul Mucchio 706

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