The Drift
4AD/Self

Da dove iniziare? Non basta, ovviamente, lo spazio di questa recensione per raccontare a chi non lo conosce chi sia questo splendido eremita della canzone, né è facile spiegare il percorso che ha seguito il “crooner” esistenzialista degli anni Sessanta – convertito dall’ascolto di Jacques Brel, marcherà a fuoco gente come Bowie, Julian Cope, Nick Cave: dovrebbe bastare – per trasformarsi nel visionario compositore di “Tilt” e di quest’album che, dopo ben undici anni di attesa ben ripagata, gli viene dietro.

I nudi fatti, allora. “The Drift”, come il suo predecessore, più che un disco è una visita guidata nell’immaginario dell’autore, un immaginario popolato di fantasmi collettivi (le Torri Gemelle ed Elvis, Slobodan Milosevic, Mussolini e Claretta Petacci) sui quali si squarciano lampi di accecante bellezza, momenti di poesia lacerante e di parole ridotte all’osso che, se non sempre consentono accesso immediato, stordiscono per intensità e forza espressiva. I brani hanno contorni frastagliati e i silenzi assordanti si insinuano tra percussioni – un lavoro molto più ossessivo e ritmico di “Tilt”, da questo punto di vista – e orchestrazioni dissonanti, suoni concreti e “audiovisioni”, chitarre e bassi che solo a tratti suggeriscono vaghi contorni formali, mentre i tempi si dilatano e i confini di qualsiasi residua radiofonicità si allontanano alla velocità della luce. Brani resi definitivamente vivi da una voce profonda e calda che continua ad essere inimitabile e irraggiungibile, non più “bel canto” al servizio di un pop dalle melodie eleganti ma strumento duttile ed espressionista, quasi mai “musicale” in senso canonico ma sempre avvinghiato alle poche parole pronunciate. Settanta minuti di chitarre ipnotiche (“Cossacks Are”), melodrammi classici in salsa concreta (“Clara”), David Lynch in una vasca di deprivazione sensoriale (“Jesse”) e new wave astratta (“Psoriatic”) che si chiudono con uno scheletrico blues d’amore disturbato da sinistri bisbiglii (“A Lover Loves”). Una esperienza indimenticabile, che rende superfluo qualsiasi giudizio.

Recensione tratta dal Mucchio 623 (giugno 2006)

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