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Shame

Songs Of Praise

Dead Oceans
8

Gli Shame, dall’Inghilterra, Brixton, sono cinque compagni di classe che iniziano a suonare nella sala prove dei ben più appariscenti Fat White Family. Per i loro primi live, si narra di happening tanto distruttivi, in ogni senso, quanto capaci di attrarre le attenzioni della stampa. Voce, due chitarre, basso e batteria, dritti al punto, alla ricerca dell’autenticità, musicale e testuale (si parla causticamente di conflitti interiori, relazioni, (anti)conformismo).
Questo esordio, Songs Of Praise, gira attorno al punk e al post-punk allineando tante citazioni, dal passato dei Fall al presente di Protomartyr, B Boys e via discorrendo. Il canto spesso declamatorio di Charlie Steen si agita su un apparato strumentale tonico, spesso avvolto in mulinelli elettrici da stordimento e ritmiche pestate. Non si tratterà di un ascolto originale, ma la formula funziona, il sound gira a dovere, l’impatto è assicurato, le canzoni ci sono.
Non c’è da vergognarsi nel rifarsi a stilemi storicizzati e tornarti in auge, non c’è bisogno di farsi altre domande – “No more questions”, per citare uno dei pezzi forti in scaletta, Concrete. Dust On Trial, in apertura, travolge. One Rizla non dispiacere a King Krule, se il roscio aumentasse il muro di rumore. The Lick ha quel groove e quella parlantina che accomunano tutti i verbosi nevrotici dagli anni 80 a oggi. Tasteless risolve le cose a suo modo (“I like you better when you’re not around”), Donk riesuma i Nirvana più marci. Solo elogi per ora.

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