Quale dovrebbe essere, come direbbero quelli bravi, la mission di un’etichetta discografica? Generare profitti ovvero scovare in giro per il mondo artisti dalla spiccata sensibilità e dall’innato talento? Nel primo caso, senza voler fare i conti in tasca alla Second Language, non credo la label inglese, nonostante i repentini sold out che puntualmente ottengono le sue produzioni, sia messa benissimo; se, viceversa, è la passione che le consente di andare avanti, ben vengano opere come quella di Sharron Kraus. Perché Pilgrim Chants… è una produzione talmente fuori dalle logiche di mercato che non merita i tempi in cui viene pubblicata: tutto, qui, è poesia e immaginazione, sogno e magia, movimenti rarefatti che prendono corpo attorno a brumosi spasmi di organo, drones, arpa e percussioni mentre la cantilenante e piuttosto monocorde voce della Kraus, nata americana cresciuta inglese, trova ispirazione nei familiari e spesso desolati paesaggi della campagna gallese per dar vita ad un folk pastorale di enorme intensità (Y Fari Lwyd, Dark Pool). Suoni eterei a certificare l’eterno susseguirsi delle stagioni, dar conto della pioggia che senza soluzione di continuità scende su foreste e villaggi e dei venti che sferzano lande che il sole sembra aver abbandonato a un lugubre destino, fatto di oscurità ambient e fosche sonorizzazioni (Farewell, Cadair Idris).

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