Hvarf-Heim
Emi

Prima di iniziare qualsiasi disamina di questo lavoro, va riconosciuto sicuramente un merito ai Sigur Rós: aver scelto di abbinare all’uscita del documentario “Heima” una selezione di brani differenti da quelli che ne accompagnano le immagini, raccolte nel corso di un suggestivo tour a tappe che ha attraversato l’Islanda e portato la band ad esibirsi in situazioni più o meno insolite. Nello specifico, un primo cd intitolato “Hvarf”, contenente cinque tracce in parte inedite (Von ci viene presentata in veste ampliata e riarrangiata con l’intervento delle Amiina) incise per l’occasione, e un secondo che propone riletture acustiche di cinque brani del repertorio degli islandesi, “Heim”. Poco altro da aggiungere, apparentemente, se non che l’esperimento funziona e riesce ad offrire motivi di interesse non solo ai completisti. È in ogni caso un disco di transizione; anzi, una seppur interessante nota a margine, ma l’onestà dell’operazione consiste nel fatto che il progetto si presenti semplicemente per quello che è.
Addentrandoci in “Hvarf”, ci troviamo di fronte una manciata di episodi rimasti fuori dalla discografia principale senza nessun particolare motivo. In particolare “I Ger” rappresenta un gustoso ritorno a certe magniloquenti pagine della primissima produzione del gruppo, esplosione di muri di chitarre e organo molto floydiana – i Pink Floyd dell’interregno postbarrettiano e pre-“Dark Side” – che veicola una melodia vagamente sinistra e funerea sottolineata dagli intermezzi di carillon. Il resto riluce senza risplendere, ma come abbiamo già detto non si tratta del nuovo lavoro del gruppo, quanto piuttosto di una gustosa integrazione. Per quanto riguarda le canzoni di “Heim”, l’abito acustico (le chitarre poco presenti e la gran parte delle impalcature armoniche e melodiche affidata al piano) dona loro una luce soffusa e rarefatta che forse lascia un po’ per strada la magia avvolgente e imponente degli originali, ma affascina per altre vie, tirando fuori una vena cameristica di tutto rispetto.

(Recensione tratta dal Mucchio n.641 – dicembre 2007)

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