Kollaps Tradixionales
Constellation/Goodfellas

La prima considerazione da fare a proposito di Thee Silver Mt.Zion Memorial Orchestra – questa volta, nei continui mutamenti di ragione sociale che caratterizzano la compagine canadese, mai completamente identica da un disco all’altro, è andata persa la Tra-La-La Band, ma c’è una ragione precisa: la riduzione dell’organico poco dopo l’uscita di “13 Blues For Thirteen Moon”, con l’abbandono della seconda chitarra imbracciata da Ian Ilavsky e del violoncello di Beckie Foon, e l’ingresso come batterista di Dave Payant al posto di Eric Craven – va oltre degli aspetti strettamente musicali della faccenda. Al di là dei proclami più o meno altisonanti e più o meno poetici che produce da poco più di un decennio, la comunità di musicisti aggregatisi intorno al fantomatico Hotel 2 Tango e alla Constellation è, prima di tutto, una comunità. Che vive al di là dello spazio dello studio di registrazione e manifesta, attraverso la musica che produce, un senso di appartenenza reale e vissuto, un’idea comunitaria che è venuta fuori in tutta la sua evidenza poco alla volta, soppiantando ben presto la percezione di avere a che fare con una agguerrita ma piuttosto utopica ballotta di sognatori, intenti a produrre suggestioni affascinanti ma magari un poco letterarie (anche se talvolta dotate di una ironia un po’ aspra che non sempre veniva colta). Il motivo di questa considerazione? “Kollaps Tradixionals” è il momento in cui finora, a parere di chi scrive, questa impressione si manifesta con maggiore chiarezza. Sarà che il disco è dedicato al figlio del cantante e chitarrista Efrim Menuck e della violinista Jessica Moss, nato nell’estate del 2008, facendone da un certo punto di vista quasi una celebrazione familiare, sarà che con il passare del tempo gli scenari apocalittici suggeriti dall’ensemble hanno lasciato spazio a lampi di speranza nel buio.
La luce è effettivamente un elemento chiave per capire lo spirito dell’album, a partire da un’enunciazione iniziale che si spiega da sé (“There Is A Light”, lungo brano già collaudato nel corso del tour del 2008, che nella sua resa in studio suona come una versione customizzata e organizzata in movimenti di certi gospel psichedelici di marca Spiritualized), per arrivare all’invito, nel terzo movimento dell’epico “side three” (la scaletta del cd è organizzata secondo i criteri del doppio vinile), a seppellire tre dinamo “dove gli alberi non crescono”, per riportare infine la luce dopo l’ennesimo lungo inverno (Dell’anima? Dell’umanità?). Una speranza di fondo che a ben vedere non è mai mancata ai Nostri, e che non mancava neppure ai tempi dei per certi versi poco rassicuranti vaticini orchestrali firmati Godspeed You! Black Emperor, ma che in questo caso si salda con una rinnovata ricchezza espressiva. Se l’etica punk di Mt. Zion ha spesso privilegiato l’irruenza, la non rifinitura (qui rappresentata dalla bella “I Built Myself A Metal Bird”, che ricorda i momenti più innodici della collaborazione tra gli olandesi Ex e il violoncellista Tom Cora), in queste canzoni il gruppo ritrova certe sottigliezze e sfumature che sembrano provenire direttamente dagli spartiti dell’Imperatore Nero (la coda della già citata “I Built Myself A Metal Bird”, le sparse suggestioni impro-ambient del seguito “I Fed My Metal Bird The Wings Of Other Metal Birds”), e in certi passaggi – “Kollapz Tradizional (Thee Olde Dirty Flag”)”, che si sviluppa a partire da poche note di piano – si respira un’aria di riscoperta delle proprie radici difficile da ricondurre ad analisi stilistiche, quel genere di sensazione che promana dall’ascolto di dischi come l’omonimo di The Band o “The Trinity Session” dei Cowboy Junkies.
Difficile dire se “Kollaps Tradixionales” sia il loro disco migliore, trattandosi di un gruppo che, pochi centimetri alla volta, ha sempre spostato in avanti i propri confini, adattando ogni volta le forme al proprio intimo bisogno di comunicare. Quel che è certo è che queste sette canzoni di lunghezza variabile e diffusa intensità rappresentano pienamente le potenzialità di un ensemble di musicisti che continua a iniettare in ogni sua dichiarazione (musicale, testuale, poetica, programmatica, visuale) il massimo quantitativo possibile di autenticità e onestà intellettuale. Non solo non è poco di questi tempi: volendoci adattare alla luminosità di fondo del disco, crediamo sia moltissimo.

tratto dal Mucchio n°667

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