Technology Won’t Save Us
Flower Shop Recordings

Chi lo ha visto dal vivo lo può testimoniare: almeno in concerto Robin Proper-Sheppard è una persona sorridente. Tutto il contrario della sua musica, che racconta e trasmette tensione, rabbia malcelata, disillusione, dolore. Sentimenti che un tempo esprimeva a suon di decibel con i God Machine e che da un decennio a questa parte incanala in strutture più raccolte e notturne nei dischi dei Sophia. Approcci complementari il cui frutto si trova in dischi dalla portata emotiva talmente forte da trasformarne l’ascolto in una esperienza catartica, esattamente come deve essere stata la loro realizzazione. Non fa eccezione “Technology Won’t Save Us”, frutto di un processo di lavorazione particolarmente travagliato, con Proper-Sheppard arrivato sull’orlo della crisi artistica. Crisi scongiurata – a quanto si può sentire – cercando di trovare un punto di incontro fra le sue due anime: quella più notturna e quella maggiormente rumorosa. A segnare l’atmosfera ci pensa la title track strumentale, che apre l’album sulle note morbide di un arpeggio per poi riempirsi progressivamente in un crescendo drammatico che si conclude con una esplosione di distorsioni. Dopodiché, i sentieri si dividono: da una parte i momenti più elettrici, dalla trascinante “Pace” fino a una “P.1/P.2 (Cherry Trees And Debt Collectors)” carica di risentimento; dall’altra le ballate acusticheggianti in perfetto stile Sophia, in cui la quiete è soltanto la maschera che cela un mare in tempesta (“Where Are You Now”, “Big City Rot”). Modi diversi, si diceva poc’anzi, di affrontare le medesime problematiche – si paragonino, ancora, gli altri due strumentali del lotto, uno riflessivo e cinematico (“Twilight At The Hotel Moscow”), l’altro aggressivo e potente (“Theme For The May Queen No. 3”) -, al cui crocevia si trova “Lost (She Believed In Angels)”, dedicata agli ultimi istanti di vita della madre: la tappa più drammatica di un viaggio nel lato oscuro reso speciale dalla presenza di una guida che ormai ne conosce a menadito ogni singolo anfratto.

Recensione tratta dal Mucchio 629

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