starcrawler
Starcrawler

Starcrawler

Rough Trade
7.5

Si sono incontrati appena maggiorenni, al liceo, nel 2015. Oggi pubblicano il loro primo album su Rough Trade, che probabilmente ci avrà visto lungo (il capoccia dell’etichetta, Geoff Travis, ha dichiarato che “se pensate che il rock and roll sia moribondo, che abbia perso il suo senso del divertimento, della performance e dell’energia primordiale, ciò significa che non avete ancora visto gli Starcrawler”). Sì, perché potrete anche fare le pulci a questo disco, potrete dire che non suona originale o che anzi suona persino prevedibile, che la miccia si accende subito ma che tutto brucia in appena 28 minuti, che i ragazzi ne hanno ancora di strada da fare, ma cribbio!
Punto primo: Arrow de Wilde (voce), Henri Cash (chitarra), Austin Smith (batteria) e Tim Franco (basso) non si rifanno alle mode del momento, ma a ciò che amano di più, ovvero un rock classicissimo, inzaccherato di punk e sgorato di glam. Un plauso a loro, dunque, che così giovani se ne fregano di cosa funzioni nei giri alla moda e hanno il coraggio di cimentarsi con l’eco del passato senza timore di sfigurare oppure essere bollati come degli scolaretti (“I don’t wanna be anything but me”, professano nella programmatica, tarantolata What I Want).
Sono scattanti e allampanati, frullano un bagaglio vagabondo di Runaways, Cramps e Yeah Yeah Yeahs, mentre la bionda frontwoman si staglia come un mix fra Ozzy Osbourne, Iggy Pop e Patti Smith. Infatti, punto secondo: i quattro losangelini maneggiano con apparente padronanza qualsivoglia riferimento, non soltanto musicale ma persino correlato all’immaginario, alle scelte estetiche – guardateli, con quel look tra anni ’70 heavy rock ed Hedwig and the Angry Inch, tra New York Dolls e Horrors – e visive (garantisce la madre di Arrow, la fotografa Autumn de Wilde, e i clip diffusi sinora sono pressoché imperdibili). E c’è anche un punto terzo, se la carismatica band è già entrata nei cuori del gotha pop-rock, spaziando da Dave Grohl a Elton John addirittura. Sino a Ryan Adams, che col suo caratterino si è prestato a produrre l’esordio omonimo in questione, nel suo Pax-Am Studio, rigorosamente in analogico.
Train parte… come un treno: sezione ritmica possente, corde incendiare, chiama-e-rispondi super r’n’r. Love’s Gone Again ha riff alla Queens Of The Stone Age di Songs For The Deaf, Pussy Tower ha dinamiche alla Pixies di Surfer Rosa. I Love LA è un inno sculettante e sbarazzino, una hit immediata da eredi di Marc Bolan & T. Rex che ci aspettiamo di ascoltare nei jukebox del futuro: catchy e calibrata al millimetro, eppure viscerale ed essenziale come da copione. Un copione che arriva dritto al nocciolo della faccenda, che colpisce in faccia con una Different Angles tra Nirvana e L7, una Chicken Woman che lancia Cristina Martinez nel bel mezzo dei Black Sabbath, una Full Of Pride che piacerebbe scrivere a Courtney Love. Con la scarna ballad blues Tears – canto malinconico ed elettriche vintage – che manda differentemente ma sempre inesorabilmente al tappeto.
Il gioco dei paragoni lascia comunque il tempo che trova, quando si tratta molto semplicemente di rock che tira da matti, che fa annusare le stelle, che ha grandi potenzialità e ottime fondamenta. Crescete bene che non vi molliamo.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 762

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