In Our Bedroom After The War
City Slang-V2/Universal

Non si devono trovare troppo a proprio agio con la definizione di indie (per lo meno, quella che se ne dà oggi) gli Stars. Troppo limitante, troppo stretta per un gruppo il cui obiettivo finale sembra essere quello di arrivare a una forma musicale se non universale, per lo meno dal respiro infinitamente più ampio di qualsivoglia contesto alternativo. E, in un certo senso, con “In Our Bedroom After The War” ci sono riusciti. Se infatti fino ad oggi ogni loro disco sembrava rappresentare una sempre maggiore presa di coscienza dei propri mezzi, ora la formazione di stanza a Montreal (dove è parte integrante del collettivo dei Broken Social Scene) pare aver definitivamente rotto gli indugi. Librandosi alta fino al sole, e rischiando come Icaro di pagare per la propria tracotanza, ma finendo sempre per evitare il peggio, anche nei momenti meno convincenti. E non è solo questione di ambizione, ma anche di talento e coraggio. Il coraggio necessario per avventurarsi a testa alta in territori potenzialmente pericolosi e il talento indispensabile per uscirne magari un po’ ammaccati ma vivi.
Dovendo definire “In Our Bedroom After The War” con una sola parola, lo diremmo un disco drammatico. Non che alla band di Amy Millian e Torquil Campbell sia mai mancato il gusto per una certa intensità dei toni teatrali, ma ora sembra proprio essere questa il filo rosso che unisce i brani in scaletta: dalla esplosiva “Take Me To The Riot” a ballate cariche di trasporto come “Barricade” e la crepuscolare “Personal”, dall’epicità di “The Night Starts Here” e “Today Will Be Better, I Swear!” fino a una “title track” che prende Elton John e lo trasporta di peso a Broadway. Più pop che rock, allora; più pianoforti e tastiere che chitarre; senza tralasciare orchestrazioni e un tocco di elettronica alla New Order, falsetti sexy (“The Ghost Of Genova Heights”) e salti all’indietro, a dire il vero non riuscitissimi, negli anni 70 più raffinati e zuccherosi (“My Favourite Book”). Pur non privo di imperfezioni e kitscherie, un faro nella notte del conformismo.

(Recensione tratta dal Mucchio n.640 – novembre 2007)

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