The Five Ghosts
Vagrant/Goodfellas

La grande novità del quinto album degli Stars, almeno a quanto si legge, è che, a differenza del passato, stavolta tutti e cinque i membri del gruppo hanno preso parte alla composizione dei pezzi. Sono loro, forse, i “Five Ghosts” del titolo, anche se a dire il vero il fantasma che è più facile scorgere al suo interno è quello degli anni 80. Il che non rappresenta una sorpresa, visto come l’ensemble canadese abbia sempre flirtato con il pop sintetico di quel decennio; forse però mai l’aveva fatto con una tale continuità. Drum-machine, sintetizzatori ed effetti tipicamente Eighties sono protagonisti nel bene e nel male di una discreta parte dei brani in scaletta, a discapito delle chitarre – da segnalare, a proposito, la presenza come ospite di Andrew Whiteman, alias Apostle Of Hustle, a cementare ancora una volta il legame col giro dei Broken Social Scene – in qualche caso relegate al ruolo di comprimarie. L’iniziale “Dead Hearts”, di contro, mette in luce un’altra faccia del disco, maggiormente rivolta allo scorso decennio, suonando come potrebbero farlo gli Arcade Fire alle prese con un brano dei New Pornographers; un nome, quest’ultimo, che torna alla mente anche in altri episodi, nei quali emerge un piglio maggiormente indie/power pop.
Pur non mancando di momenti ombrosi e di meno agevole fruizione (la notturna “He Dreams He’s Awake”, per dirne uno), e fermo restando il ruolo centrale dell’interazione tra le voci di Amy Millan e Torquil Campbell nell’economia della proposta della band, l’album nel complesso non dispiace, ma rispetto ai suoi più vicini predecessori finisce per sfigurare. Manca infatti tanto dell’ambizione di “In Our Bedroom After The War” quanto della drammaticità di “Set Yourself On Fire”, apparendo così destinato a una fruizione meno totalizzante e intensa. Niente di male, per carità, ma ci riesce comunque difficile non considerarlo come un – piccolo, per fortuna – passo indietro.

tratto dal Mucchio n° 672/673

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