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Suuns

Felt

Secretly Canadian
8.5

Dal momento in cui ho deciso di occuparmi di Felt, rifletto su quante altre band, nell’ultimo decennio e almeno nel panorama indipendente, siano riuscite a pubblicare album dalla costante crescita qualitativa come quelli dei Suuns. Non me ne vengono in mente molte. Nessuna, per la verità. Ora, non che i quattro del Quebec siano pronti per essere sdoganati nelle hit parade mondiali – perché atmosfere costruite in maniera certosina attorno a frammenti di shoegaze e art-rock resteranno in eterno a beneficio di un pubblico di nicchia. Però, la sottoesposizione di Ben Shemie e soci è uno di quei tristi misteri che meriterebbero un’analisi seria e autorevole. Anche perché con la loro quinta opera lunga (nel novero va ricompreso anche il lavoro del 2015 in compagnia di Jerusalem In My Heart) è l’ennesimo, piccolo capolavoro di sonorità di confine, maturate attraverso gli ascolti continui di The Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine, Can e Harmonia, dei Primal Scream più visionari e dei Ride di Going Blank Again.

Non hanno paletti, queste undici composizioni, né fisici, tanto meno mentali: ci sono passaggi di assoluto intimismo, tritati in frammenti di quella che una volta era facile etichettare come darkwave; c’è Look No Further, splendida, che sotto l’incedere di una sincopata batteria elettronica muove vortici di elementi sovrannaturali che, per il tramite di una traiettoria geometrica che termina la sua corsa nell’esatto punto in cui l’ha avviata, confermano come il rock krauto non sia un genere finito nel dimenticatoio. Watch You, Watch Me, da questo punto di vista, è ancora più estrema: sul solito tappeto di percussioni – frenetiche, nervose, insistenti – si appoggiano parti vocali trattate e un ritmo che sale come se Stereolab e Broadcast decidessero di interpretare il repertorio di Guru Guru e Brainticket. Le sfumature di un rock che arriva dallo/è diretto verso lo spazio si mescolano, fino a rendere la melodia un unicum, sopra arpeggi pigri, la cui matrice si perde nelle ormai lontane ere della bassa fedeltà (Baseline). Ogni tanto, poi, danno l’impressione (forte) di aver strappato il pentagramma e le note su di esso vergate per dare libero sfogo a tutto ciò che passa nei loro pensieri: nascono, così, episodi che sarebbe delittuoso considerare minori, perché sia After The Fall che Materials o Daydream hanno la capacità di circoscrivere in pochissimi giri di lancette il meglio di quanto prodotto nel nuovo millennio – riverberi, campionamenti, fields recording, l’ombra dei Radiohead più cerebrali (che ritorna pure sulla splendida Control, una ballata senza fine, senza inizio, costruita con poco, ma eterna nella sua semplicità), quelli che rifuggono il singalong di Creep per virare verso A Moon Shaped Pool.

Fanno tutto e lo fanno molto, molto bene. Anche volendo cercarli, difetti nelle opere dei Suuns proprio non si riesce a trovarne. Teneteli da conto e custoditeli come il più prezioso dei segreti.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio Magazine n. 764

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