Un’esperienza dal vivo, sia per i musicisti sia per il pubblico: di questo si tratta quando parliamo di Swans. Forse la band migliore, o almeno più potente, che si possa ammirare oggigiorno in concerto (prossime occasioni, in Italia, a novembre: Bologna e Roma). E non solo: un cantiere musicale aperto, visto che – a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi – modellano i propri dischi plasmandone prima i contenuti sul palco e immortalandoli successivamente in studio. L’episodio che intesta ad esempio il nuovo album – quarto dopo la ricostituzione del 2009 e ultimo della serie con questa configurazione del gruppo, Michael Gira dixit – ha preso forma durante il tour seguito a To Be Kind dall’evoluzione di Bring The Sun, fulcro di quel lavoro, avendo per convenzione come titolo Black Hole Man. E altrettanto si può dire a proposito di Frankie M, anch’esso moloch sonoro eccedente la soglia dei venti minuti di durata.

In entrambi i casi Gira e i suoi complici espongono una volta ancora la loro idea del rock tramutato in sinfonia spontanea, perciò epico e solenne, oltre che violento e addirittura feroce: il capobanda in veste di sciamanico oratore/direttore d’orchestra e intorno a lui gli strumentisti, discepoli devoti alla causa. Mesi fa, preannunciando The Glowing Man a “Mojo”, Gira lo aveva definito: “L’equivalente musicale di Ben Hur, accoppiato a Ran di Kurosawa”. L’entità dell’opera (un paio d’ore scarse su doppio cd o tre dischi in vinile) ne avvera la descrizione. Ad aprirla sono – parole sue – “due preghiere”: Cloud Of Forgetting e Cloud Of Unknowing. Poi cita se stesso, riprendendo i versi di The World Looks Red, regalati trentatre anni fa ai Sonic Youth di Confusion Is Sex, e sviluppandoli nel trapasso dal rosso al nero (The World Looks Black). Le avvisaglie del congedo imminente arrivano sulle note dell’austera ed essenziale People Like Us: “Inviamo il nostro addio da una nube color ruggine”. E in chiusura l’eloquente Finally Peace celebra l’epilogo con inusitata luminosità: il Canto dei Cigni.

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