The Spell
Touch & Go/Wide

Tutto arriva a chi sa attendere, dice il saggio. E così noi, che dai Black Heart Procession ormai disperavamo di avere novità discografiche, non possiamo che gioire – e molto – alla notizia della pubblicazione di “The Spell”. Che, tuttavia, nelle sue primissime battute lascia un senso di delusione misto a “dèja vù”, fatto del tutto insolito per una band che dell’originalità ha fatto il tratto distintivo di una storia iniziata nel 1997. Intendiamoci, “Tangled”non è affatto malvagio; è, semplicemente, un brano che nulla aggiunge o toglie a un’eccellente discografia. Ma proprio perché, come detto, tutto arriva a chi possiede la pazienza necessaria, ecco che già con la title track sopraggiunge il cambio di passo e la magia che, come un’inquietudine, ci aveva assaliti ai tempi di “1”, “2” e “Three”, inizia a rivivere pure con “Not Just Words”. Da quel momento l’album acquista una forza magnetica e un incedere deciso che magnifica la mente e dà conforto all’anima. Così “The Letter”, con gli archi in sottofondo, trova il tempo per trasformarsi in ballata crepuscolare, vagamente introspettiva, che evidenzia ancora una volta il timbro di Pall Jenkins, novello Caronte pronto a traghettare il nostro cuore dall’altra parte di un guado costruito con pochi ma esaltanti passaggi, ora acustici ora elettrici; è, “The Letter”, uno di quei movimenti che davvero non si fatica a definire fuori dal tempo nonostante la sua struttura con il passare dei minuti sempre più diventi dolorosa e claustrofobia. Tanto che le chitarre di “The Replacements” – come l’eccellente struttura post-rock di “The Fix” – sono il miglior antidoto per evitare di rimanere compressi all’interno di un pericoloso turbinio di emozioni. E, a proposito di ballate, “Placet” è poesia pura: i ritmi, di una lentezza al limite con la sofferenza, sono incorniciati dal senso di un tramonto invernale come solo chi ha notevole sintonia con il blues del Delta potrebbe azzardarsi ad immaginare. Toni perennemente alti, allora; l’incantesimo dei Black Heart Procession è destinato a durare, ancora.

Recensione tratta dal Mucchio 622 (maggio 2006)

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