Havilah
ATP/Goodfellas

Per la seconda volta gli australiani Drones si sono isolati per realizzare un loro disco, e per la seconda volta detto disco si chiama come la – diciamo così – sede del ritiro. Se “Gala Mill”, Il titolo del loro precedente lavoro, altro non era che il nome del mulino in Tasmania in cui il tutto era stato registrato, “Havilah” è, oltre a una città citata dalla Bibbia per la sua abbondanza di oro, anche una vallata nello stato di Victoria: qui il cantante della band Gareth Liddiard e la sua compagna, la bassista Fiona Kitschin, hanno infatti comprato una casa in mezzo ai boschi, e vi hanno scritto e immortalato le canzoni contenute in questa loro quarta fatica, che peraltro sancisce l’ingresso in organico del chitarrista Dan Luscombe. Un album che, di primo acchito, sembra mancare di parte di quel senso di morbosa inquietudine che invece i suoi predecessori, specie quello più immediato, emanavano. Impressione, tuttavia, destinata a rivelarsi almeno in parte errata, perché la tensione è quella di sempre, e l’urgenza pure, solo che si esprimono in maniera appena meno diretta. Il che, comunque, non significa che il quartetto abbia modificato la propria cifra stilistica, debitrice tanto della scuola rock australiana a cavallo tra gli anni 70 e 80 e del Nick Cave più verboso e malsano quanto dei Velvet Underground e di Neil Young; mentre, quando i ritmi rallentano, emerge un’inequivocabile ascendenza stonesiana. In altre parole, se le (sei-)corde sfrigolano un po’ di meno e suonano un po’ meno rugginose, non mancano crescendo impetuosi, blues malati, assolo rumorosi, ballate dal retrogusto country languide ma tutt’altro che rassicuranti (specie se avvolte da una lieve coltre di dissonanze, come “The Drifting Housewife”), paesaggi notturni sia urbani che desertici illuminati da lampi improvvisi quanto minacciosi, ma anche riusciti squarci acustici (“Penumbra”). Non corrosivo e claustrofobico come “Gala Mill”, quindi, ma altrettanto sporco e vissuto; e, per questo, importante.

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