La notte continua a impossessarsi della voce inquieta e profonda di Matt Berninger. Una notte in cui le stelle e la poesia sono assolutamente previste. Una notte in cui non ci si può nascondere: i guai finiscono per trovarti comunque, ma di notte si possono leggere a fondo i libri più oscuri e dolcemente deteriori dell’Ottocento, senza pagare pegno a nessuno, senza preoccuparsi del tempo che passa.
Nessuna fretta, nella produzione del disco e neppure nella costruzione dei suoni: le frenesie sono state messe fuori dalla porta dello studio, nonostante tour e stress assortiti. Una quiete ossessiva che si avverte fin dai primi rintocchi di I Should Live In Salt, capace di introdurre subito alcune caratteristiche ostinatamente presenti di Trouble Will Find Me: il bianco e nero, humus congeniale al gruppo di Broooklyn, le pulsazioni che ricordano la wave degli Ottanta (Sea Of Love, per esempio), ma che hanno un sapore più decisamente rock’n’roll. Non è una questione di ritmi o di impennate espressionistiche: ci sono sprazzi che vanno verso gli ultimi Velvet Underground, altri che guardano in faccia i Tindersticks privi di accondiscendenze romantiche, altri ancora che attingono da un folk che in personaggi come Fred Neil ha visto proprio New York diventare zona di promesse inattese nel cuore dei Sessanta.
L’arcano incantatore di brani come This Is The Last Time, Humiliation o Hard To Find sta nel loro spettrale nitore, nel lavoro sulla sottrazione che non rinnega gli altri cinque album, ma li sublima giocando ancora più a fondo sul dettaglio; si serve di ospiti eccellenti messi decisamente fuori campo per trovare un bandolo melodico che incanta come poche altre volte, nella storia dei National. Le tracce del cd vanno affrontate come un viaggio pieno di immaginazione nelle spirali di una musica luminosamente oscura, intimamente aperta alle emozioni personali di chi canta e di chi ascolta. Chi ha detto che il rock non può essere comunicazione alta, pardòn, arte?

Pubblicato sul Mucchio 706

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