THE DEVIL, YOU + ME
City Slang/Self

Il tempo, si dice, è galantuomo. O, per lo meno, aiuta a vedere – nel nostro caso, a sentire – le cose nella giusta prospettiva. All’epoca della sua uscita nel 2002, “Neon Golden”, il precedente e fortunatissimo lavoro dei Notwist, aveva colpito soprattutto per la sua miscela di sonorità tipicamente alternative con soluzioni e battiti sintetici, divenendo di fatto uno dei capisaldi della nascente indietronica; ora che invece certe sonorità non sono soltanto assimilate ma anche, in una certa misura, desuete, se il valore di quel disco risulta immutato è in virtù non dei suoni, bensì delle canzoni. Un po’ quello che la formazione tedesca sembra voler dimostrare – riuscendovi pienamente, peraltro – con la scelta di aprire l’attesissimo “The Devil, You + Me” con una traccia come “Good Lies”, costruita quasi interamente su intrecci di natura elettroacustica e con la tecnologia nel ruolo di riempitivo discreto. Come a dire che, ancor prima che abili manipolatori sonori, i fratelli Acher e Martin “Console” Gretschmann erano e rimangono artigiani musicali umanissimi, che non hanno paura di mettere in mostra la loro più intima fragilità; quella che emerge in misura diversa da tutti e dieci i rimanenti brani del disco, anche quando la componente sperimentale si fa maggiormente evidente.
Da qualsiasi punto di vista li si voglia guardare, insomma, i Notwist hanno realizzato un lavoro destinato a farsi ricordare anche fra parecchio tempo: per gli inconsueti interventi orchestrali e i cut-up sonori di “Where In This World” e “Hands On Us”, per le atmosfere plumbee e minacciose di “On Planet Off”, l’equilibrio tra melodie e rumori di “Alphabet” e le cadenze kraut che affiorano qua e là, ma pure – allo stesso modo – per la limpida semplicità di “Boneless” e della delicata “Gone Gone Gone”. Visti i risultati, valeva senz’altro la pena aspettare tutti questi anni, proprio come per gli altri grandi redivivi del 2008, i Portishead. Prossimo appuntamento nel 2014?

 

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