GREAT ESCAPE
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“The Great Escape”, anno 1995, non è sicuramente il miglior lavoro dei Blur, ma rimane comunque un signor disco. Ugualmente i Rifles, che quasi allo stesso modo hanno voluto intitolare la loro seconda fatica (e già questa è, a suo modo, una prova di coraggio), non sono dei fuoriclasse, ma neppure degli anonimi comprimari. Perché le loro canzoni sono vibranti di un’urgenza viva, vitale e vera, fatta di chitarre muscolose ma anche ficcanti e incisive, melodie e ritornelli che perfetti per venire cantati in coro e testi che raccontano la vita di tutti i giorni riuscendo a risultare efficaci senza cadere in alcuna retorica da working class. Pur non mancando di un certo gusto tutto britannico per l’epicità, i quattro londinesi riescono a tenersi sufficientemente lontani da ogni effetto di enfasi, confezionando così un pugno di brani all’insegna di un indie-guitar-pop brioso e trascinante, oltre che all’occorrenza drammatico al punto giusto. Probabilmente accendono ogni sera un lumino all’altare dei Jam, ma si divertono a omaggiare gli Smiths (“Winter Calls”) e se la cavano bene anche nel campo delle ballate (“For The Meantime”, per voce, chitarra, archi e mellotron). Senza spendere troppi superlativi, comunque sopra la media delle produzioni inglesi attuali.

 

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