THE SOFT PACK
Heavenly/Self

Prima di chiamarsi Soft Pack, questi quattro ragazzi di San Diego avevano scelto come ragione sociale The Muslims. Dopo una raffica di stupidi insulti razzisti, decidevano di cambiare nome e lasciare la loro vecchia identità come titolo del loro primo ep (pubblicato l’anno scorso dalle 1928 Records come il successivo Extinction). Anche negli Stati Uniti hanno i loro bei problemi di tolleranza e idiozia. Bisogna però dire che se una sigla più “accessibile” riesce ad avvicinare più persone alla loro musica, allora ben venga il becero ostruzionismo redneck. Chiaramente se tra i video preferiti sul tuo sito Internet metti I Am The Cosmos di Chris Bell, citi espressamente i Velvet Undergound e le tue canzoni sembrano un mix riuscitissimo di Feelies, R.E.M. e Replacements, hai già vinto in partenza. Il problema è un altro. Farsi ascoltare. The Soft Pack non è un disco che cambia la vita: quella te l’hanno già cambiata i dischi cui si ispira. Però, quando parte C’mon con quel basso incalzante, quelle schitarrate piene di jingle-jangle e quel ritornello corale un po’ Paisley, capisci che stai ascoltando un album pieno di cuore, di passione e di ascolti giusti. Un atto d’amore per la (nostra) musica: ragazzi che suonano quello che vorrebbero sentire in radio con la massima onestà e un trasporto genuino. Down On Loving e More Or Less sono omaggio ai giorni di Athens sotto I.R.S. riecheggianti Radio Free Europe; Pull Out è un Westerberg tornato ragazzo sul tetto di casa sua che va a braccetto con Glenn Mercer; Parasites è la dimostrazione di come certi giovani d’oggi passino ancora le giornate sui solchi di White Light/White Heat e così via per dieci canzoni e trenta minuti di assoluta estasi nostalgica retroattiva. Chi negli ’80 sperava nei bastards of young, troverà queste madeleine irresistibili; chi invece avrebbe voluto viversi quelle musiche in tempo reale può confortarsi di non essere solo e che certe cose durano davvero per sempre. Eh sì, forse non cambierà la vita, ma se non riesci a togliere il disco dal lettore qualcosa vorrà pur dire.

tratto dal Mucchio n°667

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