First Impression Of Earth
Rca/Sony Bmg

“Un fuoco di paglia”: lo diceva un amico al sottoscritto quattro anni fa, ai tempi dell’uscita di “Is This It”, il big bang degli Strokes e di una scena “moderatamente” underground che in molti hanno subito bollato come “fighetta” perché univa tutti gli ingredienti giusti per vendere parecchie copie di dischi senza vergognarsene granché. All’epoca i pezzi del quintetto newyorkese lasciarono interdetti gli appassionati più in età: vicini ai Velvet Underground meno cerebrali, sfrontati come una punk band ma di estrazione sociale tutt’altro che proletaria, avevano la colpa di non complicare troppo le strutture sonore, di risultare ammiccanti all’eccesso e di suonare dal vivo con una noncuranza quasi leggendaria. La serietà non è di questo mondo, si sa: chissà se i primi Beatles, con il loro caschetto e le “canzoncine” da un minuto e mezzo l’una, avranno avuto lo stesso effetto sugli appassionati del rock delle origini. Eppure entrambi i soggetti, con le distanze doverose fra padri fondatori ed epigoni, possedevano e posseggono il dono della melodia e dell’obliquità: un modo di costruire i propri brani non banale e nello stesso tempo la capacità di trovare la giusta chiave per essere cantati ed entrare nella testa, con versi tutt’altro che rassicuranti, eppure impossibili da dimenticare (Strokes). Un dono, insomma, di cui in cinque anni Julian Casablancas e soci hanno fatto buona amministrazione, evitando sovraesposizioni e sovrapproduzioni: di loro si è scritto e parlato, alla fine, tanto ma non troppo rispetto alla grande macchina promozionale che si è adoperata fin dal primo vagito perché non passassero inosservati. Gossip e denigrazioni, anche da parte degli stessi colleghi, fino alle rotture con Damon Albarn o con Nigel Godrich durante la lavorazione del secondo album, sono rimaste un contorno e non la “sostanza” del loro essere musicisti.
“First Impressions Of Earth” arriva sul lettore dopo un rincorrersi di notizie sulle registrazioni e sul nuovo produttore, David Kahne (Sugar Ray), di nuovo una pedina piuttosto manovrabile per chi vuole avere il controllo finale sul proprio prodotto. Annunciato dai diretti interessati come un lavoro di svolta, si potrebbe definire il disco della loro dorata imperfezione: le nuove canzoni sono più slabbrate di quanto era lecito aspettarsi e finiscono per rompere la continuità fra un cd e l’altro che sembrava un marchio della fabbrica Strokes. La compressione che aveva toccato il culmine in pezzi come “Reptilia” o “12:51” in “Room On Fire” ha lasciato spazio, per esempio, alle divagazioni oblique di “Razorblade”, con chitarra elettrica sghemba e una voce indolente ma non più così ferocemente filtrata, com’era capitato in passato. La – parziale – nudità del cantato è la prima, notevole novità del disco, che prosegue fra tracce classiche e coinvolgenti (“On The Other Side”), tirate però decisamente per le lunghe, l’altrettanto composita “Vision Of Division”, quasi barocca negli interludi strumentali, e la spettrale e circolare “Ask Me Anything” che sembra presa direttamente da “Songs For Drella” del binomio Reed/Cale. Altrove c’è spazio per inni che echeggeranno sicuramente sotto il palco questa estate, in particolare l’apertura di “You Only Live Once” e la chiusura di “Red Light”. Rimangono però più impresse il vortice semipsichedelico di “Electrictyscape” o la rugginosa “Juicebox”, tributo nemmeno tanto nascosto a un classico come “Roadrunner”. Non c’è più spazio per l’algebra che sosteneva gli spunti meglio riusciti dei cinque, insomma: l’imperfezione a cui si accennava è, nello stesso tempo, veramente dorata, perché evita i manierismi e salva il gruppo dallo stereotipo. Il risultato finale non è omogeneo, è capace di scarti, non approfondisce il lato pop degli Strokes, ne accentua semmai l’attitudine puramente r’n’r e, magicamente, permette all’ascoltatore di divertirsi e di emozionarsi, in virtù ancora una volta di un pugno di melodie che covano sotto le distorsioni. Già. Quel fuoco di paglia, guarda un po’, brucia ancora, e non sembra nemmeno tanto tenue come i denigratori si auguravano: di sicuro “First Impressions Of Earth” apre la porta a nuove avventure, di cui ignoriamo per ora la portata, ma che potrebbero essere tutt’altro che scontate.

Recensione tratta dal Mucchio n.618

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