Veils cop
The Veils

Time Stays, We Go

PITCH BEAST/AUDIOGLOBE
6

Giunta al quarto album, la band capitanata dall’istrionico Finn Andrews sembra aver perso un po’ la dritta via. Caratterizzati finora da un sound viscerale e dalla voce fortemente comunicativa del frontman, con Time Stays, We Go i Veils si imbarcano su una nave chiamata banalità, sospinta da un vento di riff e pattern sonori la cui forza  è, ahimè, pari a pochi nodi. Through the Deep, Dark Wood è una ballatona in cui chitarra, batteria, basso e hammond si intrecciano in uno sfavillare indie-rock orecchiabile e tecnicamente impeccabile, che però rimane in superficie. La melodia portante di Train With No Name è un sottile plagio di Back In The Day di Erykah Badu. So che suona assurdo, ma ascoltate e valutate voi stessi.

La desertica Candy Apple Red si salva per la sua essenzialità, con la voce di Andrews che sembra riacquistare spessore. Dancing With The Tornado ammicca a Nick Cave e Jack White, senza però riuscire a raggiungerli, sia nella forma che nel cantato. The Pearl odora di Patti Smith in salsa rosé, con riff cadenzati e batteria potente. Si procede annoiati fino ad Another Night On Earth, unico brano dell’album che riesce a catturare veramente, forse anche perché è quello che più riprende la produzione precedente del gruppo inglese. In realtà brilla anche Out From The Valley & Into The Sun, fugace stella polare che aiuta la nave chiamata banalità a smuoversi e rintracciare la rotta verso un porto sicuro. Non è un disco brutto. Non è un disco bello. È un disco di passaggio, in attesa di mari più caldi e ricchi di sorprese.

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