Endless Wire

Polydor/Universal

L’enciclopedia degli Who è fatta di grandi contraddizioni, così come di grande musica. Due membri originari della band se ne sono andati (tantissimo tempo fa Keith Moon, più di recente John Entwistle), senza che il gruppo cessasse davvero di esistere. Il commiato del 1982 ha lasciato posto a eterni ritorni della premiata sigla, dichiaratamente per i soldi, sul palco e quasi mai in studio, se si eccettuano due inediti apparsi nella recente compilazione “Then And Now! 1964-2004”. I fan di stretta osservanza penseranno che con “Endless Wire” il cerchio in qualche modo si chiuda: un inutile album per un soggetto oramai troppo vecchio per essere preso sul serio. Eppure. Fin dall’avvio dei sintetizzatori di “Fragments”, così paurosamente vicini a quelli di “Baba O’Reilly” (Who’s Next, 1971), si capisce che il cd è costruito con cura. Una scorsa ai testi ci fa ritrovare lo stile migliore di Townshend, narrativo, alienato, intimistico e poco propenso a piangersi addosso, soprattutto nella mini-opera che copre la seconda parte del dischetto, “Wire & Glass”. La musica poi, sostenuta dai due sopravvissuti con Pino Palladino al basso e Zak Starkey (sì, il solito figlio di Ringo), oltre a un nutrito numero di ospiti, evita l’effetto speciale. Anzi, pare sempre funzionale alle parole, preferendo, con qualche eccezione, dialoghi fra acustico ed elettronico, per arrivare a un senso di straniamento di sicuro studiato.

Registrato in un periodo che va dal 2002 al 2006, mixato nelle pause del tour europeo di quest’anno, “Endless Wire” è stato quindi meditato a dovere. In mezzo, il suo artefice ha subito anche un processo odioso, per possesso di materiale pedofilo, da cui è stato scagionato, a quanto pare, completamente. Così, la storia che viene raccontata parla ancora una volta di alienazione e difficoltà esistenziale, sceglie la strada del concept e si fa ascoltare. Mancano, per così dire, i vertici del passato; però si tratta di un lavoro serio, denso, che come tale va rispettato, a differenza di altri momenti della carriera degli Who.

Recensione tratta dal Mucchio 629

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