AELITA
Morr/Wide

È il gruppo delle contraddizioni, il Tied + Tickled Trio: il nome è inglese ma musicisti più tedeschi di loro (per luogo di nascita e per influenze) in giro non ce ne sono; nella ragione sociale si dà conto di tre elementi quando, in realtà, i componenti della band, attiva ormai da quasi una decina di anni, sono un numero indefinito che varia dalle quattro alle dieci unità (su “Aelita”, ad esempio, sono in cinque). Si tratta, insomma, di un progetto in perenne divenire al cui interno trova posto e convive l’anima del jazz con quella dell’indie, il post-rock e le colonne sonore a seconda dei musicisti che si alternano in sala di incisione. E sul palco. Perché la genesi di queste otto composizioni avviene dal vivo, lo scorso ottobre, quando il gruppo si esibisce a un festival a Monaco e propone, per la prima volta, i provini di “Chlebnikov” e “A Rocket Debris Cloud Drifts”. Poi, tre giorni di lavoro in studio ed il gioco è fatto. Senza eccessi e spese folli ma con una sorta di trip-jazz notturno che farà proseliti sia nei cultori della scena di Bristol che nei seguaci del Miles Davis più estremo oppure dell’Ornette Coleman meno convenzionale. E se c’è una cosa che non manca al Tied + Tickled Trio, quella è l’ispirazione: altissima il più delle volte se è vero che dietro a ”Other Voices Other Rooms” (otto minuti di indietronica in cui si alternano silenzi e percussioni ovattate) c’è Truman Capote mentre la musa di “Tamaghis” (scratch, frammenti di pura improvvisazione e qualcosa di molto vicino ad una sincopata drum-machine finché tutto sfocia nell’avvolgente suono di uno xilofono) è niente meno che W.S. Burroughs; la titletrack, nelle sue tre differenti versioni, si rifà, invece, a un film sovietico ma, allo stesso tempo, potrebbe essere un sentito omaggio alla scuola krauta che nei Settanta dettava legge in Germania. Con un occhio verso il futuro e l’altro attento a non tradire, appunto, la tradizione con cui sono cresciuti, Caspar Brandner e Andreas Gerth sono tornati. E stavolta, c’è da scommetterci, non faranno prigionieri.

(Recensione tratta dal Mucchio n.636-637 – luglio/agosto 2007)

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