BABY
Island/Universal

C’è un mistero, anzi a esser precisi ci sono due misteri. Ovvero le strategie delle etichette discografiche e i criteri di gran parte della stampa internazionale. I Tribes sono già stati definiti “il futuro del rock’n’roll”: prego? Ah, sì, l’hanno affermato i colleghi Mystery Jets: chi? Baby è stato già definito “Il disco più hot al mondo”. Ok, basta, le orecchie sanguinano più per le fesserie captate in giro che per l’ascolto dell’album, che in effetti risulta a tratti gradevole: dall’energia di “Whenever”, “Sappho” o “When My Day Comes” alle atmosfere di “We Were Children” e “Night-driving”. Il quartetto inglese capitanato da Johnny Lloyd non possiede però uno straccio di personalità, e si limita a rimasticare quanto espresso da formazioni come Libertines, Wombats e via proseguendo. In caso vogliate archiviare al volo, consigliamo di puntare su “Himalaya”: aria Eigthies, coretti da stadio e l’inquietante spettro dei White Lies. La cattiva informazione spesso rende insopportabile ciò che è semplicemente mediocre, per cui basta prendere coscienza e regolarsi di conseguenza. Ciò non toglie il fatto che “Baby” – che speriamo sia stato battezzato con la modestia di chi sa di dover crescere, ma in fondo ci speriamo poco… – veda la luce già bolso, prevedibile e “vecchio dentro”. Tutti i presupposti per una potenziale vita di merda, no?

Tratto dal Mucchio n°693

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