Return To Cookie Mountain
4AD/Self

La vera arma vincente dei TV On The Radio, ciò che li rende una delle band – anche se loro preferiscono il termine “famiglia” – più originali in circolazione è la loro capacità di incorporare elementi musicali dei più disparati. In una società in cui gli stimoli di ogni tipo si succedono a ritmo serrato senza la minima soluzione di continuità, la formazione di Brooklyn riesce nel difficile compito di far proprie culture e istanze di ogni tipo dando vita a qualcosa di nuovo. Un’operazione di sintesi, quindi, ancor prima che di sovrapposizione: un compendio di art-rock, soul, jazz cosmico, elettronica, post-punk e cultura hip hop che non si limita ad accostare detti – e altri – elementi, ma li ibrida, li accorpa, li concatena fino a ottenere un risultato mai scontato.
Se però ascoltando l’ep di esordio “Young Liars” (2003) l’impressione di trovarsi di fronte a uno stile inedito era stata entusiasmante, un minimo di delusione ci aveva colto di fronte a un primo album (“Desperate Youth”, “Blood Thirsty Babes” del 2004) più involuto. A rimettere le cose a posto ci pensa ora “Return To Cookie Mountain”: un lavoro complesso, stratificato, ambizioso forse, ma anche tremendamente sincero e “sentito”. Un’esplosione di creatività di fronte alla quale il rischio è quello di trovarsi impreparati visto come, all’apparenza, lasci pochi punti di riferimento, ma che sarebbe sbagliato considerare come un mero prodotto intellettuale. Certo, ci sono più idee nell’iniziale “I Was A Lover” o in “Province” (con ospite David Bowie) che in intere discografie, ma ogni nota vibra di una fisicità innegabile, di una tensione che a volte pare insostenibile, in tutto e per tutto figlia dei tempi difficili che stiamo vivendo. E tuttavia, anche quando gli scenari si fanno più cupi e inquietanti (“Wash The Day Away”), ecco che a offrire una scialuppa di salvataggio ci pensa la voce di Tunde Adebimpe: calda e ricca di sfumature nere come quelle dei “soulmen” d’altri tempi, ma anche perfettamente calata nel contesto urbano e (post)industriale creato dagli strumenti. Un grido di dolore che dischiude le porte alla speranza.

Recensione tratta dal Mucchio 624/625 (luglio/agosto 2006)

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