IL PRIMO LUNEDÌ DELMONDO
Zahr

Ogni disco dei Virginiana Miller sorprende, e sempre per motivi differenti. Se con Fuochi fatui d’artificio, tre anni or sono, il gruppo livornese sembrava essere arrivato a una “perfetta” armonia fra musiche e testi, allontanandosi progressivamente dai suoi temi cardine (l’adolescenza perenne di una generazione, i ricordi che diventano mitologie, l’ironia, anche crudele, come forma di resistenza più efficace), oggi Il primo lunedì del mondo sposta e innalza ulteriormente il piano di volo. Scarne tracce della nostalgia che ha segnato alcune canzoni memorabili della band: per festeggiare, in qualche modo, i vent’anni tondi di attività, le dieci canzoni inedite (e una cover sfiziosa) accentuano la ricercatezza del linguaggio, la sua ambivalenza e la tensione verso il rinnovamento. Una luce fioca di speranza che si intravede in Lunedì e che ha fatto superare ai sette musicisti anche la dissoluzione dell’etichetta (la Radiofandango) per cui era uscito il precedente cd. Caparbiamente, i Virginiana affidano all’indipendente Zahr Records il compito di ben servire una serie di spunti in cui il tessuto sonoro si apre ancora, attraversa l’elettrico e il sintetico, vibra e racconta di alienazione, di stabilità faticosa e di instabilità cronica, divertendosi pure con il suono delle parole. Arduo scegliere fra il Frequent Flyer che apre il sipario, vorticoso viaggio intorno al mondo che plana su Acque (nemmeno troppo) sicure, e L’angelo necessario, Oggetto piccolo (a), Cruciverba, La carezza del papa. Ognuno troverà la sua favorita: chi scrive si limita a sottolineare, ancora una volta, che è difficile scovare un suono così avventuroso e testi così cesellati, in qualsiasi scena contemporanea, e non solo. La sorpresa, stavolta, è semplicemente la forza di alcune melodie e l’impenetrabilità di alcuni versi. Sempre riconoscibili e sempre sfuggenti, i Virginiana Miller dimostrano che si può sopravvivere e rimanere in ottima salute di fronte a qualsiasi avversità. Non perdeteli di vista, per favore.

tratto dal Mucchio n°669

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