WALLIS BIRD
Karakter/Family Affair

Nell’attuale marasma di folksinger, farsi notare è arduo. Ci riesce a sorpresa la trentenne Wallis Bird, al terzo album dopo “Spoons” del 2007 e “New Boots” del 2009 ma semisconosciuta dalle nostre parti. Ci riesce per varie ragioni. La prima: una particolare tecnica alla chitarra acustica, sviluppata un po’ per virtuosismo un po’ per necessità poiché da adolescente un tosaerba le amputò le dita della mano sinistra, in seguito ricucite (il sommo della sfiga è che la ragazza è mancina). La seconda: una voce, ora vigorosa ora confidenziale, che potrebbe mettere d’accordo pubblico e critica senza mai snaturarsi, tanto che i paragoni con Ani DiFranco, Kaki King o Fiona Apple lasciano il tempo che trovano. La terza: sia le canzoni più lente (“Dress My Skin And Become What I’m Supposed To”, “Take Me Home” e “Polarised”) sia le più aggressive (“I Am So Tired Of That Line”, “Encore”, “Heartbeating City” e “Who’s Listening Now?”) possiedono sempre quel tocco di imprevedibilità – cori, groove, dettagli d’arrangiamento – che aggira il rischio del ristagno che si accompagna al genere. Registrato in una vecchia stazione di trasmissione comunista a Berlino, in un cottage isolato nella natia Irlanda e nel proprio appartamento di Brixton, “Wallis Bird” è chiaro e forte sin dalla dichiarazione del non-titolo: questa è lei, prendere o lasciare. Noi prendiamo, di corsa.

Tratto dal Mucchio n°694

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