PUBLIC STRAIN
Jagjaguwar/Goodfellas

Come era stato in occasione dell’omonimo debutto, pure per la produzione di Public Strain ci si affida a Chad Van-Gaalen. Uno che sembra avere capito quale sia il verso con cui prendere una band che diversamente correrebbe il rischio di risultare svogliata e autoreferenziale.
E invece già da Can’t You See, un mantra ripetuto all’infinito sul quale è tessuta una tela di distorsioni e riverberi, si comprende che nella discografia dei quattro canadesi questo può essere già l’album definitivo. Heat Distraction, che segue, è l’esatto contrario: sono delle irriverenti tastiere a prendere la scena e a colorare armonie di certo sghembe, come piaceva comporne a qualche art-rocker di inizio ’90, ma intrise di un’eco pop che è il vero valore aggiunto. Lo stesso che si ritrova, intatto nel suo splendore e accresciuto da coriandoli di bassa fedeltà e interferenze, in Narrow With The Hall, Bells e Penal Colony. E se China Steps evoca i Beach House, Untogether e Venice Lockjaw contribuiscono a dilatare la percezione spazio-temporale in cui gli strumenti si muovono.
Public Strain risulta così opera di grande maturità e dalle continue sorprese, che contribuisce a dimostrare come non sia da tutti i giorni imbattersi in un ensemble che, con totale competenza, fa andare di pari passo armonia e rumore. Come i ragazzi di Patrick Flegel sono geniali nel rendere con la più assoluta semplicità ritmi fragili che danno la sensazione di venire improvisati e che, al contrario, richiedono certosina perizia nell’esecuzione (Eyesore), così, con rapida dissolvenza e trascorsi pochi secondi (a volte addirittura all’interno della medesima composizione), sono da mandare a memoria gli esperimenti più marcatamente noise.
Sempre tenendo presente che gli estremi dei Women sono tutt’altro che frastagliati e di difficile assimilazione. È vero, anzi, l’esatto contrario: possiedono il perfetto punto di equilibrio tra riverberi notturni e abbaglianti chiarori.

Tratto dal Mucchio n°674

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