All Hour Cymbals
We Are Free/Goodfellas

Dobbiamo ammetterlo: era da un po’ di tempo che non ci capitava tra le mani un gruppo così sfuggente. Chiaro, gli Yeasayer sono una band in qualche modo riconducibile a schemi preesistenti – per quanto liberi e sfuggenti a loro volta, leggi Animal Collective – e non vengono certo fuori dal nulla, visto che sono anch’essi, proprio come Panda Bear e soci, frutto di quella New York che ospita da ormai qualche anno fermenti free, freak e folk, battitori liberi ed eccentrici. Eppure il loro debutto, “All Hour Cymbals”, scivola lungo i bordi, si arrotola nel buio dei cantoni per poi schizzare veloce dal lato opposto, e nel momento in cui il filo del discorso si lascia intercettare lungo l’asse di un groove tribale africano vira bruscamente verso territori acustici sconnessi, gettando impossibili ponti tra i Talking Heads, l’elettronica povera, il Medio Oriente e l’acid folk più sballato. Esattamente ciò che accade nella brulicante “Germs”. E poi c’è l’uso delle voci, le quali spesso si moltiplicano, si intrecciano, si stratificano e si sorreggono secondo schemi non lineari, eppure straordinariamente efficaci. Si ascoltino ad esempio le evoluzioni alla “Pet Sounds” nella bandistica e solenne “No Need To Worry”, conclusa da un tripudio di chitarre che si inseguono e si rimpallano. C’è molto altro poi, ad esempio un eclettismo collagistico ben evidenziato in “Forgiveness”, dove un loop inceppato apre la strada ad un jingle jangle chitarristico che a sua volta si presta ad un incedere elastico e irregolare di marca XTC, piombando infine in territori contigui alla spiritualità trascendente – e lisergica – che permea i minuti finali di “Schwingungen” degli Ash Ra Tempel. Oppure il tribalismo trance di “Wait For Wintertime”, incedere imponente zuppo di spezie arabiche che si trasmuta in macilenta cavalcata alla Black Sabbath attraversata da fantasmi e venti desertici, miraggi e tastiere ambient, e ancora il tiro smaccatamente pop di “2080”. Troppa roba per un solo disco? Può darsi, ma è dannatamente divertente, ed è solo l’inizio.

(Recensione tratta dal Mucchio n.641 – dicembre 2007)

 

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